L’Italia “che non c’è” di Roberto Mancini

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L’Italia che non c’è di Roberto Mancini

Il passato non mi preoccupa: i danni che doveva fare li ha fatti. Mi preoccupa il futuro, che deve ancora farne. Perché se la Nazionale del presente è quella tragicomica vista ieri a Lisbona, è difficile anche solo immaginarsela una prospettiva. Eppure la delusione mondiale contro la Svezia avrebbe dovuto scatenare reazioni ben diverse. Possibile che il fuoco della ribalta sia già diventato cenere?

Gli Europei di Antonio Conte in azzurro dovevano essere un segnale di direzione da seguire, non un palo dove appoggiarsi per vivere di rendita. La nazionale operaia del 2016, in grado di frantumare Belgio e Spagna e di stremare i campioni tedeschi, è stata pian piano sgretolata e rimpiazzata da una nazionale di prime donne che è riuscita (ahimè) a trasformare in debolezza quelli che da sempre sono i punti di forza dell’Italia calcistica: sacrificio e gioco di squadra.

Anche volendo chiudere un occhio sugli enormi problemi che affliggono il sistema calcio in Italia (dalle giovanili ai campionati professionistici, dalla giustizia sportiva alla precarietà degli stadi), non si può soprassedere sulla totale assenza di una progettualità volta al rilancio di una nazionale ridotta ai minimi storici, sia a livello di risultati che di qualità.

Era fin troppo evidente che l’addio di Conte avrebbe lasciato una voragine da colmare. Troppa personalità e voglia di vincere, quasi impossibile trovare un rimpiazzo all’altezza. Da qui, a maggior ragione, l’incomprensibile ingaggio di Ventura, Mr Libidine, la cui personalità si è fatta sì valere ma solo al momento dell’incasso della buonuscita da 700.000€. Tenga pure il resto, arrivederci e grazie.

Ecco allora Roberto Mancini, l’allenatore vincente del rilancio. Poco importa se per vincente si intendano tre scudetti con l’Inter (di cui uno a tavolino) e una Premier League strappata all’ultimo secondo col City nel 2010 (anche allora uno squadrone). Poco importa se a marzo sia stato esonerato dallo Zenit, arrivando quinto in un campionato che avrebbe dovuto chiudere con due mesi d’anticipo. Poco importa se abbia vinto finora, su cinque partite, solo quella contro l’Arabia Saudita (e tra l’altro con un gol di scarto).

Importa però, eccome, della totale assenza di idee, d’identità e di leadership. Basta guardarlo in panchina per capire di esserci ritrovati con un altro Ventura, solo più pettinato e con più capelli. Lo sguardo perso però è lo stesso e questo atteggiamento passivo si riflette sul campo nelle gambe e nella testa dei calciatori, apparsi molli e sfiduciati.

Il modulo non convince, le convocazioni neanche. In occasione del match di Lisbona, Mancini aveva annunciato il turnover, ma la sua rivoluzione (9 cambi su 11 rispetto alla Polonia) va oltre il fisiologico ricambio di forze in due partite così ravvicinate. Un ulteriore sintomo di insicurezza nella scelta degli interpreti della partita più delicata dell’anno. Risultato? Reparti scollati, individualità sterili, infiniti palloni persi e due tiri nello specchio in 90 minuti. Inevitabile la sconfitta per mano, anzi piede, di Andre Silva e rischio retrocessione nella Serie B europea.

C’è tantissimo lavoro da fare, per riproporre la rassicurante dialettica del Mancio. In special modo va assolutamente rivalorizzato il concetto di collettivo, del tutto smarrito. L’istantanea di Pepe che ringrazia, in ginocchio e tra l’indifferenza degli azzurri, la magnanimità dell’arbitro dopo un fallaccio da animale su Chiesa, ritrae il fallimento di una squadra che non c’è. Ai tempi di Conte ct, probabilmente avremmo assistito a una caccia all’uomo. Non che fosse stato giusto, sia chiaro, ma è nella memoria di tutti la grande unità di un gruppo che sapeva farsi rispettare e che avrebbe meritato maggior fortuna.

Ribadisco, il passato non mi preoccupa. Preoccupa invece il rischio di poter assistere ad un altro fallimento, ben più grave: quello di un’intera generazione di giovani calciatori italiani. Chi deve rappresentare il futuro azzurro, rischia di venire archiviato come flop già prima dei 30 anni. Per adesso il flop del presente ha nome e cognome: Roberto Mancini. Nella speranza che resti l’unico e continui ad esserlo, in un futuro prossimo, lontano dalla panchina della Nazionale.

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